Non chiamatemi “Brusheda”
Non chiamatemi brusheda, gente!
Ah, la bruschetta. Quel glorioso antipasto italiano che porta gioia alle papille gustative e
caos alla pronuncia inglese. Chiariamo subito una cosa: si dice bru-SKET-ta, non “bru-SHET-ta” e sicuramente non “bru-SHED-da”. Gli italiani ovunque piangono un po’ dentro ogni volta che qualcuno lo dice male. Ma ehi, siamo
qui per sistemare le cose, con un sorriso e magari una fetta di pane tostato.
Non broo-shetta /bruˈʃet.ta/.
Non brusceda /brusˈtʃe.da/.
Un pezzo di storia
La storia della bruschetta risale a tempi antichissimi, come nell’antica Roma. Contadini e
produttori di olio d’oliva erano soliti tostare fette di pane sul fuoco, strofinarle con l’aglio e
condirle con olio d’oliva appena spremuto per assaporare il raccolto dell’anno. Niente condimenti elaborati, niente filtri Instagram. Solo olio, pane e sopravvivenza. E sapete una cosa? Era deliziosa.
Facciamo un salto in avanti di qualche secolo e la bruschetta si è evoluta in una tela su cui abbondare ogni sorta di condimenti deliziosi: pomodori a cubetti, basilico, mozzarella, olive, e chi più ne ha più ne metta. Ma l’anima della bruschetta rimane la stessa: pane rustico, tostato alla perfezione, con sapori che cantano di sole e vigneti.</5>

